Un altro Schwab, ma Americano

Milliardo Charles Schwab

di Redazione

Charles
Charles Schwab

C’è un altro Schwab che dovrebbe preoccupare il pianeta: anche lui miliardario, ma statunitense, repubblicano e di nome Charles.  Dopo aver inventato negli anni ’70 una newsletter a pagamento sugli investimenti azionari ed essersi fatto largo nel mondo della finanza capendo prima degli altri come utilizzare la tecnologia per offrire servizi a chi voleva fare brokeraggio (ha inventato l’assistenza ai traders h/24, ed è stato il primo a implementare il trading sui telefonini), è diventato uno degli uomini più ricchi e influenti nel suo Paese anche grazie all’aiuto di un suo stretto collaboratore, Craig Newmark, inventore della “Lista di Craig”, il primo grande sito di annunci economici americano . Parliamo di loro perché da qualche anno Charles Schwab si è incaricato di sovvenzionare i fact checkers del mondo intero creando il Poynter Institute che si occupa di etica, giornalismo e democrazia. Dentro questo istituto, che lui sostiene attraverso il Craig Newmark Philantropies (dal nome, appunto del collega), insieme ad altri filantropi (come Gates e la ex moglie, Soros e molti altri, tutti sostenitori dei candidati democratici alla Presidenza USA, sobillatori di rivoluzioni colorate e a capo di rami di Big Pharma), alberga l’International Fact Checking Network. Questa associazione fa da organo di censura per FB e TWITTER entro i confini statunitensi e indirettamente opera anche all’estero ingaggiando società nei vari Paesi perché controllino, cioè censurino, coloro i quali, secondo loro, danno false informazioni sulle stesse piattaforme. Come già sapete in Italia hanno ingaggiato OPEN e FACTA.


Siccome questi signori considerano certe notizie più pericolose di qualunque virus, hanno creato la loro Alliance nel gennaio del 2020, anche se il covid-19 ancora non era approdato ufficialmente nel mondo occidentale, ma loro, previdenti, si erano preparati, tastiere alla mano, a cominciare a verificare ogni notizia falsa sull’argomento fin da allora. Forse, visto che loro già sapevano, potevano dirlo subito anche a noi.  Ma non pensiamo a questo ora. Se andate sul loro sito vedrete, ad esempio, tra le notizie che loro hanno bollato come false, quelle che mettono in pessima luce Bill Gates. Poiché quest’ultimo li finanzia ci si chiede che attendibilità possano avere questi giudici della verità. Di sicuro non tutto ciò che di orribile circola su Gates è vero, ma come possiamo credere a dei debunker pagati da lui medesimo? Basterebbe questo per squalificarli. Invece no. Al servizio di Charles Schwab, filantropo, (e anche il concetto di “filantropo” ce lo siamo giocati da un po’, insieme a quelli di “fatto” e a quello di “verifica”) la rete di sbufalatori imperversa ovunque. A questo punto ci preme una domanda: nel caso un giorno un gruppo di questi crociati della Verità dovesse, nell’infangare l’immagine di qualcuno, avallare, per esempio, un’azione che crea grave danno alla comunità, chi ne sarebbe responsabile? Loro o chi li ha scelti? Loro che attaccano “la menzogna” o chi ha dettato loro la linea? Questo scenario prima o poi si potrebbe verificare. Immaginiamo più facilmente che chi li ha assoldati li scaricherebbe nel tempo di un click: lo vedete voi un Ceo americano assumersi le colpe del debunker nostrano?


Il compito di fact checker di questi tizi assomiglia molto alla mansione, non delle più candide, di quei team che devono demolire l’avversario politico del candidato, loro datore di lavoro, nelle campagne elettorali. Il modo usato è quello di giustificare il committente sempre e comunque perché se vincerà loro saranno premiati. Lo fanno con ogni mezzo. Quando però la medesima operazione di bassa cucina la svolgono dei giornalisti, ci viene propinata ammantata di filosofia, amore per la verità e realtà dei fatti.  A Open è capitato più volte, per esempio, di veicolare notizie false dal fronte ucraino, corredate di foto scattate anni prima dei fatti a cui si riferivano, completamente decontestualizzate e quando è stato evidente che erano dei marchiani “sbagli” che cosa ha fatto? Scuse? Rettifiche? No, niente. Ha fatto sparire gli articoli.  Ed è tornata a ridere in televisione sbeffeggiando qualcun altro.
Forse è ora che i giornalisti si uniscano a sconfessare i loro colleghi cecchini e a tornare a considerare nobile e arricchente, almeno sul piano dell’anima, l’onestà intellettuale.




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